Il palco era minimalista. Uno sgabello, un tavolino basso sul quale qualcuno, prima dell’inizio del concerto aveva posato un bicchiere di vino bianco ed un asciugamano. Appoggiate dietro lo sgabello un paio di chitarre, una elettrica ed una acustica.

Poi iniziava lo spettacolo. E la sua voce soffiava nel microfono canzoni che parlavano di aerei e mongolfiere, di viaggi,  donne e soprattutto degli ultimi: dei seminatori di grano e dei migranti.

Tra una canzone e l’altra, qualche parola per cucire i pensieri per inquadrare ancora meglio i concetti che gli stavano a cuore.

Questa mattina, la notizia della sua morte si è conficcata come una spina diritta nel mio cuore. Sapevo della sua malattia ma nutrivo ancora la speranza di poter rivedere un suo spettacolo, di rivivere ancora quella magia.

Ciao Gianmaria, uomo mite e colto. Non so trovare altre parole per salutarti perché “io non lo conosco / il tono giusto del saluto / e nemmeno le parole / per la circostanza”.

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